Studi professionali, il futuro è nell’aggregazione

Piccoli studi professionali pronti ad aggregarsi. Oltre la metà degli studi di avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro e multidisciplinari, realizza infatti un fatturato che non supera i 100 mila euro, con un portafoglio clienti di circa 70 aziende e un fatturato per cliente sceso però sotto i due mila euro. Anche per questo, quasi la metà degli studi professionali ha interesse verso operazioni di fusione e acquisizione con altri studi, meglio se di altre professioni. È quanto emerge, tra l’altro, dalla ricerca dell'Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, presentata nei giorni scorsi a Roma al convegno “Professionista X.0 … a ciascuno il suo!”. L'edizione 2016-2017 della ricerca ha raccolto 63 casi di studi che, sommati ai 145 provenienti dalle due edizioni precedenti, portano a 208 le osservazioni empiriche, permettendo all'Osservatorio del Politecnico di Milano di tracciare i trend che caratterizzano i progetti di innovazione tra gli studi di avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro. Entrando nel dettaglio, dall’analisi emerge che la forma giuridica individuale è la più diffusa tra gli studi professionali (73%), seguita a distanza dallo studio associato (14%). In media, in uno studio lavorano tre professionisti, con due tra dipendenti e praticanti. Il 61% realizza un fatturato che non supera i 100 mila euro. Per quanto riguarda la redditività, il 56% dichiara un aumento e il 44% una contrazione. È invece in crescita l’interesse degli studi professionali verso operazioni di fusione/acquisizione, espresso dal 48% degli intervistati, con una percentuale più alta per le operazioni che potrebbero coinvolgere realtà di altre professioni (37%) rispetto a quelle con studi della stessa categoria (10%). L'8% degli studi ha già effettuato operazioni di M&A, mentre il 36% per ora non è interessato a operazioni di mercato perché vuole mantenere la propria indipendenza giuridica e l'8% non intende effettuarne, temendo problemi di coesistenza.

La collaborazione con gli altri studi riguarda il 33% del campione in forma stabile ma quasi sempre (30%) non è formalizzata. Tra coloro che collaborano in modo stabile, il 68% ha instaurato la relazione da oltre cinque anni, il 17% tra i tre e i cinque anni, il 10% tra uno e tre anni e solamente il 5% nell’ultimo anno. È invece occasionale il 49% delle collaborazioni, mentre il 12% ha interesse a collaborare ma ancora non lo fa.

Per le attività di elaborazione paghe il 37% degli studi adopera l’outsourcing e il 5% è interessato a usarlo. L'outsourcing della contabilità viene usato dall’8% degli studi e interessa al 15%.




L’indagine si concentra poi su competenze e formazione. Secondo gli studi individuati come campione, l’utilizzo di prestazione è molto importante per monitorare l’andamento dello studio (34%), le attività di analisi del mercato (33%), quelle di coaching (26%) e team building (25%). Sull'utilizzo degli strumenti digitali, il livello di competenze interno viene considerato avanzato per quel che riguarda la capacità di risolvere piccoli problemi legati agli strumenti informatici (56%), all'utilizzo di applicazioni per la produttività personale (43%) o per instant messaging e videoconferenza (23%), ma molti professionisti ammettono che le competenze attualmente a disposizione non sono sufficienti di fronte a strumenti informatici evoluti come intelligenza artificiale e business intelligence (lo afferma il 37% del campione) e nell'utilizzo dei social network (28%) e degli strumenti a supporto dei processi lavorativi (portali, GED, workflow, 26%).

Riguardo i temi formativi, per l’anno in corso quelli ritenuti di maggior interesse riguardano, per i dipendenti, gli applicativi di studio (45%) e le materie giuridiche (25%); il 32% degli studi dichiara invece di non prevedere alcuna formazione per i dipendenti per l’anno in corso. I principali temi formativi per i professionisti sono materie giuridiche (70%), applicativi di studio (54%) e materie economico-aziendali (25%); solo il 6% degli intervistati prevede di non fare formazione ai suoi professionisti.

Infine, per quanto riguarda tecnologie digitali e smart working, dall'indagine emerge che l’investimento complessivo effettuato dagli studi professionali in tecnologie ammonta nel 2016 a un miliardo e 142 milioni, pari a un incremento del 2,5% sul 2015, spesso con strategie mature perché nella maggior parte degli studi la spesa in ICT è considerata leva strategica per migliorare organizzazione e posizionamento sul mercato. Di qui i sempre più numerosi progetti innovativi per migliorare l'efficienza (37%), le relazioni con i clienti (40%) e la capacità di fornire servizi (26%). La componente ICT incide sui costi tra le diverse professioni per importi oscillanti tra il 15% e il 20%.

L’87% degli studi è interessato al lavoro in mobilità, consentendo ai professionisti di collegarsi al gestionale dello studio in qualsiasi momento e luogo. Per quanto riguarda i dipendenti la percentuale è del 62%. Tuttavia, lo smartphone e il tablet entrano ancora poco nella gestione dei processi lavorativi, tanto che la funzione più utilizzata, dopo quella telefonica, è la gestione dell’agenda (22%), seguita dalla lettura di articoli (15%) e dalla condivisione di documenti (11%). Da notare che il 12% degli studi dichiara di utilizzare lo smartphone solamente per le chiamate telefoniche e per la lettura delle e-mail.


Autore dell'articolo Dott. Commercialista Giacomo Merlino - Esperto Fiscale in ambito digitale e di internazionalizzazione delle imprese.

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