• Lorenzo Provinciali

Molestie a mezzo internet e social network

Aggiornato il: apr 24

A Tizio veniva contestato il reato di cui all'art. 660 cod. pen. (molestia alle persone) poichè, secondo il capo d'imputazione, “per petulanza od altri riprovevoli motivi “ molestava Caia, infastidendola con ripetuti e continui apprezzamenti volgari e a sfondo sessuale sul fisico, inviandole messaggi sgraditi, tramite internet sulla pagina di Facebook in uso alla suddetta donna, utilizzando per non farsi scoprire uno pseudonimo e un indirizzo di posta elettronica creato ad hoc, costringendola, a causa di tali continue moleste, a modificare il modo di vestire.


La situazione sopra descritta, sempre più frequente negli ultimi anni è un riassunto di un recente caso risolto dalla Suprema Corte di Cassazione [1], che si trova ad affrontare fattispecie relative allo sviluppo del cosiddetto diritto informatico.


In realtà, inizialmente il Tribunale aveva assolto Tizio da tale reato con la formula "il fatto non è previsto dalla legge come reato" quanto ai fatti "commessi utilizzando l'indirizzo di posta elettronica", ritenendo (come abbiamo visto erroneamente) che l'invio di tale genere di messaggi non integrasse in alcun modo il reato contestato.

La Corte ha invece ritenuto che il reato doveva ritenersi integrato dalla condotta realizzata mediante i messaggi inviati attraverso l’apposito pseudonimo. Il fatto veniva commesso tramite internet sulla pagina Facebook della vittima, costituente una community aperta, sul profilo della persona offesa e pertanto accessibile a chiunque. Come premessa è indispensabile considerare che nella fattispecie qui richiamata, non è in discussione la materiale commissione dei fatti ad opera dell'imputato. L’unica ragione di valutazione era data essenzialmente dalla riconducibilità della tipologia di condotta contestata alla fattispecie prevista dall'art. 660 c.p.


Riprendendo un estratto della sentenza citata, si può considerare la descrizione di luogo pubblico: “quello di diritto o di fatto continuativamente libero a tutti, o a un numero indeterminato di persone; per luogo aperto al pubblico, quello, anche privato, ma al quale un numero indeterminato, ovvero un'intera categoria, di persone, può accedere, senza limite o nei limiti della capienza, ma solo in certi momenti o alle condizioni poste da chi esercita un diritto sul luogo”.


Mediante l'invio di messaggi sulla pagina di Facebook personale in uso a una persona offesa si può quindi ottenere una conclusione tale per cui le molestie sarebbero state realizzate e per tali sono punibili. La Corte si basa sull’ utilizzo, di una "social community aperta, e con un profilo evidentemente accessibile a tutti". In conclusione la Corte considerata perciò la immediata percepibilità e la diretta invasività del mezzo impiegato, lo va a ritenere come equivalente a quello telefonico. In ogni caso ciò che importa è la riconducibilità delle condotte alla fattispecie di cui all'art. 660 c.p. alla natura stessa di "luogo" virtuale aperto all'accesso di chiunque utilizzi la rete, di un social network o community quale Facebook.


Tale social network -ma il discorso deve ritenersi analogo per ogni tipologia ad esso assimilabile-, di fatto, rappresenta una sorta di luogo pubblico virtuale che consente un numero imprecisato di "accessi" e di visioni, resa possibile da un evoluzione scientifica, inimmaginabile per il legislatore.


Da tutto ciò premesso si evince come i social network rivestano un’importanza fondamentale del nostro vivere quotidiano, oramai ciò che viene detto o fatto sui social e comunque su vari forum o community ha effetti pienamente equivalenti a quanto detto o fatto nella vita reale. Di ciò bisogna prenderne atto quanto prima tanto per evitare di incorrere in sanzioni, come per l’esempio sopra riportato come premessa, quanto invece al fine di sfruttarne le enormi ed evidenti potenzialità che la rete consente.


Fondamentale inoltre rendersi conto che ormai tutto ciò che viene fatto su un luogo virtuale come i social network, abbia effetti anche nella vita reale, e che la conservazione dei dati degli utenti, consenta di registrare ciò che viene effettivamente scritto. pertanto oggi è necessario più che mai fare attenzione a ciò che si scrive ad altre persone tramite Facebook e tutti gli altri social network.


[1] Cassazione penale sez. I, 11/07/2014, n. 37596 + Cassazione penale, sez. V, sentenza 23/03/2015 n° 12203


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Autore dell' articolo

Lorenzo Provinciali - consulente commerciale aziendale esperto di marketing e nuove tecnologie

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