L’inadempimento contrattuale ai tempi del coronavirus

La recente diffusione del coronavirus sul territorio nazionale e le gravi ripercussioni sull’economia, sugli scambi e sui rapporti contrattuali mi spinge ad affrontare la tematica dell’inadempimento contrattuale.

L’impatto del coronavirus potrebbe infatti comportare un possibile aumento del rischio di inadempimento contrattuale da parte di quei soggetti, privati e pubblici, e di quelle ditte che in buona fede hanno assunto obbligazioni di varia natura in campo nazionale o internazionale.

Occorre, inoltre, chiedersi se il covid-19 possa essere ricondotto alla nozione di forza maggiore.

Preannuncio che la tematica è complessa ed è quindi opportuno procedere per gradi.

Lart. 1218 c.c. in tema di inadempimento contrattuale stabilisce che il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno se non prova che l'inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile.

Ai sensi dell’art.1256 c.c., rubricato impossibilità definitiva e impossibilità temporanea”, l’obbligazione si estingue quando, per una causa non imputabile al debitore, la prestazione diventa impossibile. Se l’impossibilità è solo temporanea, il debitore, finché essa perdura, non è responsabile del ritardo nell’adempimento. Tuttavia, l’obbligazione si estingue se l’impossibilità perdura fino a quando, in relazione al titolo dell’obbligazione o alla natura dell’oggetto, il debitore non può più essere ritenuto obbligato a eseguire la prestazione ovvero il creditore non ha più interesse a conseguirla.

Infine, l’art. 1467 c.c. statuisce che nei contratti a esecuzione continuata o periodica ovvero a esecuzione differita, se la prestazione di una delle parti è divenuta eccessivamente onerosa per il verificarsi di avvenimenti straordinari e imprevedibili, la parte che deve tale prestazione può domandare la risoluzione del contratto, con gli effetti stabiliti dall'articolo 1458. La risoluzione non può essere domandata se la sopravvenuta onerosità rientra nell'alea normale del contratto. La parte contro la quale è domandata la risoluzione può evitarla offrendo di modificare equamente le condizioni del contratto.

Dunque, il punto di partenza è il contratto concluso in precedenza tra le parti. A seguire sarà necessario verificare se lo stesso contenga al suo interno clausole mediante le quali le parti abbiano disciplinato espressamente ipotesi di inadempimento.

Ad esempio, il contratto potrebbe prevedere un apposito paragrafo ad oggetto una penale per il semplice ritardo nell’adempimento della prestazione ovvero una clausola di esonero di responsabilità qualora l’impossibilità della prestazione derivi da caso fortuito o forza maggiore.

Dopo l’esame del contenuto del contratto occorre spostare l’attenzione sul coronavirus e sulle misure adottate dalle autorità (decreti di urgenza), valutando se le stesse possano avere reso impossibile l’adempimento di determinate obbligazioni.

Vi sono altri casi, invece, in cui le direttive del governo hanno avuto quale conseguenza l’aver reso l'adempimento di talune prestazioni maggiormente onerose, ad esempio costringendo il debitore ad utilizzare forme diverse di consegna o a ricorrere a modalità di produzione che richiedono tempi più lunghi o costi maggiori.

Dunque, la complessità della materia non lascia spazio a risposte di carattere generale ma occorrerà valutare caso per caso, contratto per contratto, al fine di stabilire se gli effetti del coronavirus possano costituire una valida causa di impossibilità o di sopravvenuta eccessiva onerosità delle prestazioni contrattuali assunte.


Avv. Stefano Morabito – Vietata la riproduzione anche parziale. Contenuti protetti dal diritto d’autore.

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