Accertamento bancario: I versamenti bancari sono prove presunte di maggiore disponibilità

Premessa

È lesivo del principio di ragionevolezza e della capacità contributiva affermare che i prelievi ingiustificati da conti correnti bancari effettuati da un lavoratore autonomo siano destinati ad un investimento nell’ambito della propria attività professionale e che questo sia, a sua volta, produttivo di un reddito. Non è, dunque, più possibile l’equiparazione logica tra attività di impresa e attività professionale.

Quanto su esposto emerge dalla recente ordinanza n. 23592, emessa dalla Suprema Corte il 23 settembre 2019.


La presunzione nell’ambito degli accertamenti bancari è disciplinata dall’art. 32, del D.P.R. n. 600/1973. Il citato articolo, prevede che, sia i versamenti sia i prelevamenti operati sui conti correnti del contribuente,vanno imputati a ricavi. L’Agenzia delle Entrate, può quindi, attraverso le indagini bancarie, individuare l’evasione fiscale, rettificando il reddito dei contribuenti, che non sono in grado di giustificare i movimenti transitati sui propri conto correnti, ossia, prelevamenti e versamenti.


In sostanza, in precedenza veniva previsto che i prelievi dal conto bancario dei professionisti senza giustificazione non potevano essere considerati automaticamente compensi in nero. Veniva, quindi, spostato l’onere della prova a carico dell’Amministrazione finanziaria per dimostrare che i prelevamenti ingiustificati dal conto corrente bancario, e non annotati nelle scritture contabili, erano stati utilizzati dal libero professionista per acquisti inerenti alla produzione del reddito, conseguendone dei ricavi, e che i versamenti corrispondevano, invece, ad importi riscossi nell’ambito dell’attività professionale.

È principio, ormai, consolidato in giurisprudenza che, in tema di accertamenti bancari, opera una presunzione legale relativa, per cui spetta al contribuente fornire una prova adeguata al fine di giustificare i movimenti finanziari riscontrati in sede di verifica.



L'ordinanza n. 23592 del 23 settembre 2019

La Commissione Tributaria Regionale della Puglia, con sentenza 30 gennaio 2018, n. 310/22/2018, accoglieva parzialmente l’appello dell’Agenzia delle Entrate nei confronti di un contribuente per la riforma della sentenza di primo grado che, aveva accolto il ricorso dello stesso su un avviso di accertamento relativo all’anno di imposta 2007, con il quale l’Ufficio rettificava il reddito da lavoro autonomo dichiarato per effetto di maggiori compensi e minori spese accertati, sul presupposto che le dichiarazioni sostitutive non fossero idonee a costituire prova delle operazioni contestate. Il contribuente, ricorre per la cassazione della sentenza. Il motivo del ricorso per il contribuente sarebbe stata la denuncia la violazione e la falsa applicazione dell’art. 360, comma 1, n. 5, del c.p.c., per avere, la sentenza gravata, omesso di esaminare le deduzioni circa la non operatività nei suoi confronti quale lavoratore autonomo, della presunzione semplice di cui all’art. 32, comma 1, del D.P.R. n. 600/1973.


La decisione dei Giudici

I Giudici chiariscono che con gli avvisi di accertamento impugnati, l’Ufficio finanziario ha recuperato una serie di movimenti, versamenti e prelevamenti, effettuati dal conto corrente intestato al contribuente, libero professionista, nell’anno 2004, considerati come “compensi” conseguiti dall’attività professionale dal medesimo svolta, così come era previsto dall’art. 32, comma 1, n. 2, del D.P.R. n. 600/1973, che, in relazione ai rapporti ed alle operazioni bancarie, stabiliva che “sono altresì posti come ricavi o compensi a base delle stesse rettifiche ad accertamenti, se il contribuente non ne indica il soggetto beneficiario e sempreché non risultino dalle scritture contabili, i prelevamenti o gli importi riscossi nell’ambito dei predetti rapporti od operazioni”.

In tema di accertamento delle imposte sui redditi, per effetto dei poteri previsti dall’art. 18, della Legge n. 413/1991, viene consentito all’Ufficio ed alla Guardia di Finanza di accedere ai conti intrattenuti dal contribuente con aziende di credito e con l’Amministrazione postale, anche in riferimento ad annualità precedenti alla sua entrata in vigore.

La Suprema Corte, afferma, inoltre, che in tema di accertamento, la presunzione legale posta dall’art. 32, del D.P.R. n. 600/1973, secondo cui i prelevamenti sono considerati ricavi, può essere utilizzata nei confronti dei soli imprenditori, non anche dei lavoratori autonomi.

Le operazioni bancarie di versamento, invece, continuano i Giudici, hanno efficacia presuntiva di maggiore disponibilità reddituale nei confronti di tutti i contribuenti, i quali possono contrastarne l’efficacia solo dimostrando che ne hanno tenuto conto ai fini della determinazione del reddito soggetto ad imposta o che non hanno rilevanza allo stesso fine.

Con riferimento ai versamenti, la presunzione legale a favore dell’erario, non necessita dei requisiti di gravità precisione e concordanza richiesti dall’art. 2729, del c.c., per le presunzioni semplici ed è superabile da prova contraria fornita dal contribuente.

A parere della Corte, nel caso di specie, la presunzione poteva essere applicata anche con riferimento ai versamenti sui conti correnti del contribuente relativi all’anno 2004, essendo onere dello stesso dimostrare che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non fossero riferibili ad operazioni imponibili.


Osservazione e Commenti sulla sentenza

Si vuole costatare, inoltre, che, questa decisione non si traduce in una violazione degli artt.3 e 24 della Costituzione in quanto disposizioni analoghe sono previste ai fini dell’accertamento nei confronti di tutti i contribuenti, i quali, essendo tempestivamente informati delle richieste di acquisizione delle copie dei conti,possono pienamente esercitare, già in sede amministrativa e quindi in sede giurisdizionale, il diritto a fornire documenti, dati, notizie e chiarimenti idonei a dimostrare che le risultanze dei conti non sono in contrasto con le dichiarazioni presentate o non riguardano operazioni imponibili. La presunzione, infine, non contrasta con l’art. 53 della Costituzione, in quanto tende a far emergere la capacità contributiva reale del contribuente. In conclusione facendo riferimento alla recentissima sentenza n. 23859, emessa dalla Corte di Cassazione il 25 settembre 2019, la quale in un caso analogo ha affermato che i versamenti sul conto corrente non giustificati presumono un maggior reddito con riferimento a tutte le tipologie di contribuenti, mentre i prelevamenti hanno valore presuntivo solo nei confronti dei titolari di reddito di impresa.


Autore dell'articolo

Dott. Commercialista Giacomo Merlino - Esperto Fiscale in ambito digitale e di internazionalizzazione delle imprese.

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